mercoledì 8 marzo 2017

Un esorcista per il giornalista


(m.m.) Ti domandi come mai l'affaire Spv sia giunto sin dov'è giunto trasformandosi da un delirio di onnipotenza in un delirio di ominidemenza, cui manca solo l'epilogo delle manette per qualche protagonista più o meno occulto? Una delle risposte la troverai in quello che l'informazione ha detto, anzi non ha detto. Un esempio plastico è il servizio firmato da tale Carlo Alberto Inghilleri ieri su Reteveneta; il quale ha aperto il suo pezzo con la notizia secondo la quale, udite udite, «la Pedemontana si sblocca». Ora non si capisce bene a quali fonti si sia abbeverato l'assetato collega, né quale film sulla Spresiano-Montecchio abbia visto in questi anni. La cosa comica è che non è nemmeno riuscito a spiegare bene il punto di vista del governatore veneto, il leghista Luca Zaia, che poi è l'unico presente in quel cotillon formato "Settimana Incom" al radicchio cucinato da Inghilleri nella pignatta maleodorante della disinformatia veneta. Più che di un esposto all'ordine professionale per Inghilleri c'è bisogno di un esorcista. Il quale lo liberi dal demone che lo fa credere un giornalista.

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Miteni, sopralluogo in corso da parte dell'Arma


(m.m.) Da questa mattina è in corso un sopralluogo o forse una perquisizione da parte dei carabinieri del Noe, pare affiancati dalla Guardia di Finanza, nello stabilimento della Miteni di Trissino. Si tratta della grande industria chimica dell'ovest Vicentino al centro di un maxi caso di inquinamento noto come "affaire Pfas", sul quale pende una inchiesta della procura della repubblica di Vicenza per presunti reati ambientali e per illeciti legati alla salute pubblica. Dalle prime indiscrezioni pare che i militari stiano acquisendo documentazione cartacea e elettronica ritenuta importante ai fini d'indagine. Da settimane i vertici della società ribadiscono di avere dato mandato all'azienda di fornire la massima collaborazione alla autorità giudiziaria.

Pedemontanamente sfondati

(m.m.) «Quanto alle cifre totali, il presidente ha sottolineato che, rispetto ai 18,8 miliardi che la Regione avrebbe dovuto garantire nei 39 anni di concessione, adesso ne dovrà garantire complessivamente 12,1...». Basterebbe questo breve passaggio tratto dal Corriere Veneto di ieri per coprire di ridicolo, giornalisti in primis, l'intera compagnia di giro della Spv. Per anni ce l'han menata che il privato avrebbe fatto meglio del pubblico. Poi è stata la volta del closing finanziario, i soldi delle banche che tutti i banchieri del mondo promettevano e che nessuno prestava. Poi sono arrivati i detrattori di Giorgio Meletti de Il Fatto, reo di avere previsto (in una col sottoscritto) che la Pedemontana poteva creare uno squasso per i conti regionali nell'ordine di una ventina di miliardi di euro: ipotesi oggi puntualmente confermata come se nulla fosse dal governatore Luca Zaia in persona. Poi è toccato al consigliere regionale leghista Silvia Rizzotto attaccare i dubbi e i macigni che la Corte dei conti aveva distillato accusandola di avere reperito le informazioni «su Wikipedia». Poi è stata la volta della rivisitazione del project financing con le speranze di ladylike Alessandra Moretti, lo sparring partner del Pd nell'aia leghista... Ieri in aula è arrivata la resa con tanto di ammissione. Il concessionario, la Sis della famiglia Dogliani, non ce la fa a concludere un'opera ambientalmente dannosa ma acclamata a gran voce dagli industriali (i quali però oltre ad invocarla non cacciano un quattrino per averla per vero).

Così, il governatore leghista Luca Zaia ha deciso... pagherà Pantalone veneto. Almeno 200 milioni da addizionale Irpef, una mancia ponte per far ripartire i cantieri, prima che il suo elettorato, fatto di imprenditorotti più o meno male in arnese tiri politicamente giù dalle spese il presidente della giunta regionale, reo di non aver mantenuto le promesse ereditate da sua lesa maestà Silvano Vernizzi, l'ex ultracommissario alla Spv. L'opera che doveva sfolgorare come un formidabile ensemble di ottoni e tamburi si è rivelata un'orchestrina di tromboni sfiatati. Ora che però l'aria nello sfintere finanziario del procedimento è finita, è rimasta solo la puzza: peti silenziosi che pagheremo cari.

L'avevo detto, l'avevo scritto dappertutto, pure su un paio di libri. Non ero stato il solo. Non è il caso che qualche responsabile paghi o la legge per lorsignori è un optional non compreso nel prezzo in quella station wagon da puttan-tour che è diventata la politica regionale? Frattanto sul piano della legittimità una prospettiva di questo tipo genera dubbi su dubbi...

sabato 25 febbraio 2017

Lo strano rogo ai Magazzini generali di Vicenza


É Angelo Covi l'imprenditore morto alcune ore fa nella notte tra il 24 e il 25 febbraio tra le braccia dei vigili del fuoco e della polizia mentre assisteva al rogo che aveva devastato il suo capannone nel complesso dei Magazzini Generali di Vicenza in zona Mercato Nuovo. Da quanto è filtrato dalla scena del dramma sembra che il cuore dell'uomo non abbia retto lo shock.

Ma che cosa c'era dentro quel capannone? Dalle prime indiscrezioni pare che il locale contenesse un corposo archivio cartaceo sul quale Covi, ex titolare della Cosmetica berica Albanevosa srl, avrebbe voluto fare affidamento per contestare punto su punto, anche con addebiti penali di natura personale, le circostanze che avevano obbligato l'impresa a fronteggiare lo spettro del fallimento. Nella vicenda fra l'altro si segnala una piccola curiosità.

Tra coloro che in passato hanno prestato la propria opera professionale a favore di Covi c'è Diego Xausa. Ex membro del collegio sindacale di Veneto Banca, come molti altri è finito invischiato nel vortice del collasso delle ex popolari venete. Al contempo Xausa era anche stato amministratore di Magazzini Generali. Una compagine a maggioranza pubblica che durante gli ultimi anni aveva affrontato una lenta agonia, condita anche da magagne penali nonché contabili e che oggi è al centro di un complesso risiko urbanistico.

E proprio Xausa peraltro aveva cercato di portare MG fuori da una serie di secche iniziate nei primi anni Duemila quando a Vicenza governava il centrodestra. Da quello che filtra in queste ore pare che vigili e forze dell'ordine non trascurino alcuna ipotesi investigativa ivi inclusa quella di un incendio doloso. E per chi si occuperà del caso sarà importante capire che cosa è andato a fuoco, se ci sono segni di effrazione e in caso di dolo se vi siano mandanti e con quali moventi.

lunedì 13 febbraio 2017

Pedemontana Veneta, buio al bivio

Non sono passati che pochi giorni da quel fatidico 19 gennaio quando Il Corriere del Veneto diede in dirittura d'arrivo un accordo tra tutte le parti in gioco per il futuro della Spv. «L'accordo sulla Pedemontana è chiuso» sanciva il quotidiano. In realtà si trattava di indiscrezioni, magari ben circostanziate, ma sempre indiscrezioni erano.

Poi il 25 gennaio sulla scrivania del governatore leghista del Veneto Luca Zaia è giunto un esposto al vetriolo della Sics. Una società di ingegneria che ha realizzato il primo progetto della superstrada e che ha gettato una luce fosca sul passato e sul presente non solo dell'opera: ma pure su Sis, il consorzio che fa riferimento alla famiglia Dogliani incaricato di realizzare la Spresiano-Montecchio Maggiore. Cento kilometri d'asfalto completati sì e no al 20% e con la spada di Damocle di un privato che non riesce a trovare sul mercato i finanziamenti per ultimare i lavori proprio perché i finanziatori reputano l'infrastruttura non ripagabile coi pedaggi. Alle critiche prsenti in quell'esposto (ne ha parlato per primo Vvox.it) che con ogni probabilità potrebbe interessare la magistratura Zaia non ha mai replicato: nessuna notizia nemmeno dalla stampa pur con qualche eccezione. Poi è lo stesso Corveneto mercoledì 8 febbraio a recitare un mezzo de profundis: «La strada doveva essere completata nel 2018. Se ce la fanno è perché lo Spirito santo è entrato in società».

A questo punto, tra le tante, rimane da capire quali strade percorrerà la Regione Veneto per uscire da questa impasse. Sempre che ve ne siano e sempre che siano rispettose della norma. Questi e altri scenari sono al centro di una analisi che oggi firmo per Vvox.it. L'argomento rimane bollente...

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sabato 11 febbraio 2017

Pfas, Bratti controreplica a Regione Veneto e Miteni


Nelle ultime ore la relazione conclusiva della Commissione bicamerale ecomafie sul fenomeno Pfas ha scatenato una serie di reazioni molto critiche. C'è la presa di posizione di Antonio Nardone, amministratore delegato di Miteni, l'industria chimica vicentina accusata del maxi inquinamento. E c'è la Regione Veneto (guidata dal Carroccio), che pur per ragioni diverse, non condivide l'approccio adoperato dalla stessa commissione. Nella quale peraltro i membri leghisti hanno votato a favore di quel documento come il resto dei gruppi.

Tuttavia il deputato democratico Alessandro Bratti (in foto), presidente della Ecomafie, controreplica. E con una nota al vetriolo comparsa ieri sul suo blog spara a palle incatenate contro la Regione e contro la stessa Miteni: «Forse, piuttosto che creare una commissione regionale di inchiesta, che non potrebbe portare a conclusioni diverse da quelle assunte dalla Commissione parlamentare di inchiesta, con la differenza che non ha gli stessi poteri , sarebbe il caso di concentrarsi su un piano d'intervento serio ed efficace per evitare che la Miteni continui a inquinare il territorio... È questo il vero problema, non le indagini svolte a 360 gradi dalla Commissione parlamentare d'inchiesta, che hanno avuto il merito di raccogliere e sistematizzare le informazioni scientifiche disponibili, fornendo un contributo prezioso per la comprensione del fenomeno e la programmazione delle possibili soluzioni».

Nel dispaccio di Bratti: «Non c'è dubbio che il problema della presenza in elevate concentrazioni di Pfas non sia solo riscontrabile in Veneto. Ma è in questa Regione che Arpav ha individuato nell'azienda Miteni la principale responsabile dell'inquinamento esteso nelle falde idropotabili. Ed è per queste ragioni che la Commissione all'unanimità ha deciso di occuparsene. Nessuna quindi strumentalizzazione politica nei confronti del Veneto, Regione che presenta molte eccellenze nel ciclo dei rifiuti ma anche problemi seri di inquinamento e di legalità ambientale».

Guai mantovani per il re trevigiano delle cartiere


Una ex cartiera del gruppo Burgo è finita al centro di una querelle giudiziaria dagli esiti imprevedibili. Il caso, che presenta anche una nuance veneta, come racconta Il Fatto di oggi, è deflagrato a Mantova. Ed ha avuto origine in ragione di un dettagliato esposto alla procura locale da parte dell'ex consigliere comunale locale Sergio Ciliegi.

La vicenda principalmente ruota attorno al piano di rilancio della ex cartiera propugnato dal nuovo acquirente. Si tratta del gruppo trevigiano Pro-Gest il quale a sua volta fa riferimento al re del cartone della Marca Bruno Zago (in foto). Quest'ultimo è uno dei grandi soci di Veneto Banca e fa parte del club degli azionisti di primo livello che tentarono, invano, di mettere un piede nella cabina di controllo dell'istituto di Montebelluna in vista di un rilancio. Opzione poi naufragata con l'acquisto della banca da parte del Fondo Atlante.

A Mantova frattanto il livello della protesta sale. Il progetto propugnato da Zago, si legge sempre su Il Fatto, «è vincolato alla riattivazione di un inceneritore di rifiuti industriali dove si potranno bruciare anche quelli delle altre 22 cartiere del gruppo» ed è vincolato pure «all’avvio ex novo di una centrale a turbogas». Nell'esposto si fa riferimento, in particolare, «all'Autorizzazione integrata ambientale, Aia, trasferita da Burgo alla società Cartiere Villa Lagarina del gruppo trevigiano, senza passare dalla Valutazione di impatto ambientale».